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ANDY WARHOL: UNA STORIA AMERICANA

Nessun artista è stato capace di incarnare le contraddizioni degli Stati Uniti come Andy Warhol.

Osservare l’evoluzione degli Stati Uniti nella filigrana della sua opera  significa ripercorrere le grandi serie tematiche cha hanno caratterizzato la sua produzione, dai primi anni della sua produzione newyorkese all’anno della morte, tentando di fare interagire le immagini del divismo da rotocalco, con la cronaca giornalistica e con gli oggetti comuni della società dei consumi.

Se, come in un celebre aforisma di Warhol,”la Pop art è amare le cose”, per comprendere l’estetica americana occorre tornare a osservare le “cose” della Pop Art. Le celebri tavole della Campbell’s Soup e i Brillo Boxes vengono restituiti allo spettatore nella loro realtà di trompe l’oeil o, ancora meglio, in quanto monumentalizzazioni del quotidiano considerato nella sua trivialità iterativa, seriale

Dietro l’impersonalità della copia e della serigrafia si nasconde tuttavia anche quella concezione laboratoriale e “artigianale” della produzione artistica che Warhol non rinnegherà mai come ad esempio nella bellissima serie dei dipinti dei Flowers dalle tinte accese, che non appassiscono mai. È qui, è nel colore pulsante e ossessivo dei petali che l’estetica del Pop inizia a manifestare qualcosa come un lato oscuro, una componente velenosa o cancerogena che la assale dall’interno e la disgrega e che assumerà altrove le sembianze della morte individuale e della tragedia collettiva.

Osservare l’America attraverso Warhol significa infatti guardare negli occhi gli eventi che sconvolgono la cronaca e la storia: dalla serie dedicata ai Most Wanted Men a Gun, da Knives alla serie di sedie elettriche, fino alle immagini dell’assassinio di John Kennedy. «Il pop viene dall’esterno», avverte l’artista, che re-incornicia, filtra, scompone e rimonta le immagini mediatiche sotto gli occhi di tutti, vi pone sopra una patina estetizzante, che allo stesso tempo vela e rivela tratti non immediatamente percepibili.

“Con la reiterazione Andy ha voluto mostrarci che in realtà non c’è ripetizione, che tutto ciò che guardiamo è degno della nostra attenzione. Ed è stata, mi sembra, un’importante indicazione per comprendere tutto il XX secolo” John Cage

 

DENTRO LA MOSTRA, ESPLORA LE SEZIONI

 

Self-Portrait, 1977 Ronald Feldman Fine Arts, New York © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Self-Portrait, 1977
Ronald Feldman Fine Arts, New York
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

THAT’S ME!

L’immagine ormai ‘mitica’ di Warhol si presenta al pubblico in una serie di Autoritratti  che mostreranno l’immagine fisica dell’artista modificarsi nel tempo e nella celebrità, dal giovane ragazzo che si autoritrae nella stessa posa classica della ‘Melancolia’ all’uomo ferito che mostra le proprie cicatrici dalla copertina di una rivista patinata, al divo riconoscibile per la celebre zazzera bionda.


Campbell's Soup Can – Tomato, 1968 The Sonnabend Collection © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Campbell’s Soup Can – Tomato, 1968
The Sonnabend Collection
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

POP ART E’ AMARE LE COSE

“Adoro l’America…le mie immagini rappresentano i prodotti brutalmente impersonali e gli oggetti chiassosamente materialistici che sono le fondamenta dell’America d’oggi. E’ una materializzazione di tutto ciò che si può comprare e vendere, dei simboli concreti ma effimeri che ci fanno vivere.” Andy Warhol

La Pop Art non fu un semplice movimento che ne seguì un altro e fu sostituito dal seguente. Fu un momento cataclismico che segnalava profondi cambiamenti sociale e politici e che realizzò trasformazioni filosofiche profonde nel concetto dell’arte. Ha realmente proclamato l’avvento di un XX secolo che per così tanto tempo – sessantaquattro anni – si era attardato nell’ambito del XIX.
Dalla serie dei Flowers a quelle delle Campbell’s alle Brillo, al dollaro, le icone più celebri del mito warholiano.

 


Skull, 1976 museum moderner kunst stiftung ludwig wien, Vienna © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Skull, 1976
museum moderner kunst stiftung ludwig wien, Vienna
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

THE DARK SIDE OF AMERICA

L’altro aspetto della società dei consumi: dai giornali, arrivano notizie violente e tragiche che vengono dimenticato un giorno dopo l’altro. Dai mass media Warhol ricava quella consapevolezza della catastrofe che segnalerà attraverso alcune delle sue opere più forti, dalle celeberrime sedie elettriche, alle immagini dei criminali più ricercati d’America, agli strumenti della violenza come le pistole e i coltelli.
Per terminare con quello che è stato definito il ritratto che sarà di tutti: il dipinto di un teschio. Di questa violenza rimarrà lui stesso vittima in seguito al celebre attentato che lo ridurrà in fin di vita e di cui rimangono a testimonianza le foto di Avedon.

“Mentre mi sparavano era come se stessi guardando la TV e questa sensazione perdura. I canali cambiano, ma è sempre televisione…Quando mi sono svegliato in quel posto sconosciuto – non sapevo di essere all’ospedale né che avevano sparato a Bobby Kennedy il giorno prima – ho sentito vociferare su migliaia di persone riu nite a pregare nella cattedrale di St. Patrick, poi ho sentito la parola ‘Kennedy’ e questo mi ha riportato al mondo della televisione e in quel momento ho realizzato che ero vivo, e che soffrivo.” Andy Warhol


Marylin Monroe, 1967 collezione privata, Valencia © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Marylin Monroe, 1967
collezione privata, Valencia
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

IL MITO DIVENTA ICONA

Ben presto, nell’opera di Warhol, la tematica della morte, viene a coincidere con la fascinazione della celebrità e della bellezza, sviluppando l’ironico sottinteso del tema della bellezza fatalmente condannata dalla società dei consumi.
La serie delle ‘Marilyn’ iniziata subito dopo il suicidio dell’attrice, avvenuto nell’agosto del 1962, è ormai una delle immagini chiave del nostro tempo. Anche il primo dipinto di Liz è stato eseguito sotto il segno della mortalità, durante una grave malattia dell’attrice. Con la stessa tecnica verranno eseguiti poi i ritratti di altre icone del mondo dell’arte  e dello spettacolo, da Mick Jagger a Joseph Beuys.

“Non sento di rappresentare i maggiori sex symbol del nostro tempo in alcuni miei quadri, come Marilyn Monroe o Elizabeth Taylor. Semplicemente, ai miei occhi la Monroe è una persona come tante. Se sia simbolico o meno dipingere la Monroe con tonalità così violente ? E’ un ideale di bellezza, lei è bella e se qualcos’altro è bello sono i colori carini, tutto qui. O forse c’è dell’altro. Il quadro della Monroe era parte di una serie che stavo realizzando, ispirata a persone che erano morte in vari modi. Non vi era nessuna ragione profonda in assoluto per fare la serie della morte, non erano vittime del loro tempo; non vi era nessuna ragione in assoluto per farla, solo una ragione superficiale. Andy Warhol


Mao, 1973 The Andy Warhol Museum, Pittsburgh © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Mao, 1973
The Andy Warhol Museum, Pittsburgh
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

LE STAR DELLA POLITICA

Una donna in lutto Il 22 novembre 1963 è la data di una tragedia epocale, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, che segna simbolicamente la definitiva perdita dell’innocenza della società americana, l’irruzione della violenza politica in un paese che sembrava destinato a incarnare solamente i sogni realizzati di un capitalismo in inarrestabile via di affermazione planetaria.  L’assassinio di Kennedy assume una dimensione simbolica anche attraverso la figura della first lady, Jacqueline, le cui immagini dal momento dell’attentato sino al funerale fanno letteralmente il giro del mondo, sia attraverso la carta stampata sia attraverso il nuovo mezzo che è destinato a soppiantare la fotografia in un brevissimo giro di anni, la televisione. Warhol registra ancora una volta l’umore della società in cui vive, e trasforma Jackie in una nuova icona, la terza delle “donne della tragedia” dopo Marilyn e Liz. 

Mao Tse Tung La scelta di utilizzare come soggetto Mao fu una delle più vincenti nella carriera di Warhol. L’icona convenzionale, rappresentante il potere assoluto, diventa nelle mani dell’artista una delle immagini più utilizzate dai sistemi di comunicazione in tutto il mondo. La serie dei Mao venne prodotta in quantità non inferiore a quella dei ‘Flowers’ e, in occasione della loro presentazione a Parigi nel ’74, Warhol li volle esporre appoggiandoli su una carta da parati appositamente realizzata con l’immagine del presidente cinese continuamente iterata. Ne nacque una performance dotata di una fortissima e inaspettata tensione drammatica.


Joseph Beuys, 1986 The Andy Warhol Museum, Pittsburgh © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Joseph Beuys, 1986
The Andy Warhol Museum, Pittsburgh
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

ABSTRACT WARHOL

“Tutte le mie immagini sono la stessa cosa…ma sono anche molto diverse…Cambiano con la luce dei colori, col momento e con l’umore…La vita non è forse una serie di immagini che cambiano mentre si ripetono?” ANDY WARHOL

Conclusa la fase pop alla fine degli anni Sessanta (simbolicamente si può prendere il 1968 come termine ultimo di questa stagione, sia per ragioni individuali che collettive), Warhol è considerato nel corso degli anni Settanta soprattutto come un ritrattista delle celebrità.
il ciclo delle “Shadows” compiuto nel 1978, portano alla luce un Warhol inedito, che si misura con la pittura astratta, spostando l’attenzione dall’icona ai procedimenti di creazione ed elaborazione della forma.


Vesuvio, 1985 Collezione Ernesto Esposito, Napoli © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

Vesuvio, 1985
Collezione Ernesto Esposito, Napoli
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013


IL VESUVIO

“Per me l’eruzione è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario e anche un grande pezzo di scultura […] Il Vesuvio è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale”. ANDY WARHOL

L’immagine del vulcano, tra i temi classici dell’iconografia partenopea, fu replicata da Warhol ossessivamente in diversi colori, con lo scopo di esaltarne, in contrasto con la ricorrente raffigurazione da cartolina, il valore spettacolare in occasione di una improvvisa eruzione. Esso diventa per Warhol un’ ulteriore parte di una raccolta di immagini stereotipate che ben si prestano alla replica infinita, è un autentico “luogo comune”, che inoltre porta con sé quel senso di morte che rappresenta una parte importante della sua poetica (da Marilyn al teschio).

 

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Jon Gould with American Flag, 1982, 1986
The Andy Warhol Museum, Pittsburgh
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2013

THE IMAGE FACTORY

La fotografia permette anche a Warhol di documentare la sua vita sociale, i suoi incontri con i personaggi celebri – non bisogna mai dimenticare che Warhol era ossessionato dalla fama, sua e degli altri -, la quotidianità nei suoi innumerevoli aspetti, ma sempre in fin dei conti riferiti alla sua personalità.
Le sue fotografie sono dunque una sorta di “who’s who” della cultura, dello spettacolo e anche dell’industria mondiale di almeno un ventennio, anche perché tutta la sua ritrattistica nasce dalla fotografie che lui stesso scattava ai personaggi che erano ammessi nel suo studio per commissionargli un ritratto.

 

 

 

 

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